01/08/2026

La libertà della liturgia tradizionale appartiene alla libertà della Chiesa

Par Rédacteur

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La settimana scorsa era quella del 14 luglio[1], dove tra le fanfare dei garden-party macroniani è stata celebrata la «libertà» conquistata con la presa della Bastiglia. Noi che rivendichiamo la libertà della liturgia tradizionale, affermiamo che tale libertà non ha niente a che spartire con la libertà del 14 luglio. Sì, perché secondo alcuni – in particolare i sociologi della religione, come Danièle Hervieu-Léger – i difensori della liturgia tradizionale sarebbero in realtà anch’essi dei «moderni»: nemici di quell’autorità che a parole ossequiano, agiscono sempre e solo di proprio arbitrio. Le cose, in realtà, non stanno così. È vero che nella nostra situazione paradossale questa tentazione può esistere, tanto la modernità è pervasiva. Per non soccombervi, o per non dare l’impressione di farlo generando con ciò stesso scandalo, è importante possedere idee chiare e princìpi saldi.

Vi sono due punti da considerare:

  • Quello dell’azione concreta, dove ci troviamo a dire: dal momento che la riforma liturgica permette mille cose in diecimila varianti, per quale ragione non dovrebbe permettere anche di celebrare secondo la liturgia precedente? Dal punto di vista liturgico, e non solo liturgico (vedi la difficoltà di insegnare il catechismo tradizionale), siamo infatti in qualche modo in uno stato di «occupazione». La liturgia nuova, difettosa nella sua espressione del dogma, spadroneggia. La liturgia tridentina, espressione limpida della fede cattolica, è tutt’al più tollerata.

Eppure, essa deve vivere. In tal modo la nostra situazione viene ad assomigliare a quella dei «reazionari» nei decenni che seguirono la Rivoluzione: essi invocavano per i princìpi che difendevano quella «libertà» che i princìpi nuovi proclamavano falsamente. In altri termini, utilizzavano la parte buona e nobile della libertà nuova per servire la verità. Anche noi, constatando che i nostri pastori permettono di fatto qualsiasi cosa, reclamiamo tale diritto di esistere per la liturgia tridentina. Ciò d’altronde non ci viene accordato che malamente, perché non vi è «nessuna libertà per i nemici della libertà»[2]. Ma operando in tal modo, pur prendendoci qualche rischio di cui siamo consapevoli (quello di relativizzare i diritti della verità), mettiamo almeno in risalto di fronte ai cattolici di buona volontà il vero volto della novazione liturgica, che è il volto della persecuzione.

  • L’altro punto è quello dei princìpi generali. Esistono infatti due accezioni della parola libertà, come è stato ricordato in particolare da Leone XIII nelle encicliche Immortale Dei (1885) e Libertas (1888):

La vera libertà che procede da Dio, sovranamente libero, il quale non può che esercitarla infallibilmente nel bene sovrano che è Egli stesso, senza possibilità di errore. Al livello dell’uomo tale libertà può invece fallire, cosa che rappresenta una chiara imperfezione, poiché la possibilità di peccare non è una libertà ma una schiavitù. È il motivo per cui la legge – la legge umana, quando essa merita questo nome in qualità di applicazione concreta della legge naturale, e la legge della Chiesa – aiutano l’uomo come dei pedagoghi perché egli compia ragionevolmente e liberamente il bene.

E, d’altra parte, la falsa libertà moderna, oggettivamente diabolica, che pretende che ognuno risponda solo a se stesso e che possa in tutta «libertà» pensare e credere ciò che vuole, agendo in funzione di ciò che gli piace. La sovranità di Dio è rimpiazzata da quella dell’uomo, sia individualmente che socialmente (la «volontà generale»).

Senza pretendere che il cattolicesimo liberale che ci governa abbia puramente e semplicemente intronizzato il 14 luglio nella Chiesa, non c’è dubbio che esso scenda a patti in misura maggiore o minore con esso. Allo stesso modo in cui le dottrine oggi alla moda (ecumenismo, nuova morale, sinodalità) aggirano la norma dogmatica, così la liturgia riformata è una liturgia indebolita nel suo messaggio e più inventiva e liberamente interpretabile, che trattiene o scarta a piacere dal «rubricismo» protettore della fede in vigore nella liturgia tradizionale. La liturgia nuova è una liturgia più «libera» della liturgia antica, ma non in senso positivo.

Noi difendiamo, al contrario, la vera libertà liturgica, che appartiene alla libertà della Chiesa. Affermiamo che non è permesso a nessuno di ostacolare la Chiesa nel predicare la verità secondo il Credo, come non è permesso a nessuno di ostacolarla nel rendere culto a Dio e di amministrare i sacramenti in modo che questo culto, lex orandi, sia l’espressione senza macchia della lex credendi.

Non è dunque per gusto estetico, foss’anche pio, spirituale, mistico, che difendiamo i diritti della liturgia tradizionale, ma semplicemente perché essa esprime, senza indebolimenti né compiacenze nei confronti del mondo, la messa come sacrificio sacramentale, l’ordine sacro come mandato affidato ad alcuni uomini di cooperare al sacrificio di Cristo per i vivi e per i morti, il battesimo come liberazione dalle catene diaboliche del peccato originale, eccetera.

Christian Marquant


[1] Riproduciamo qui, con la gentile autorizzazione della direzione della rivista, una Lettera di Paix liturgique del 24 luglio 2026.

[2] «Pas de liberté pour les ennemis de la liberté», celebre slogan rivoluzionario attribuito a Louis Antoine de Saint-Just (1767-1794) [N.d.T.].