Ritornare al magistero
Dieci anni fa, l’autosabotaggio dell’insegnamento morale
Humanæ vitæ, nel 1968, aveva rappresentato un avvenimento insolito nel bel mezzo del clima liberale inaugurato dal Vaticano II. L’enciclica sollevò peraltro un’intensa contestazione. Mentre il Concilio, presieduto da Paolo VI, aveva aperto l’ecclesiologia al cattolicesimo liberale (ecumenismo, libertà religiosa, dialogo con le religioni), per lo stupore generale lo stesso Paolo VI si era rifiutato di liberalizzare la dottrina del matrimonio e aveva condannato la contraccezione. Quella che è stata definita la «restaurazione» dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, secondo il termine utilizzato da Joseph Ratzinger nel suo Rapporto sulla fede che costituiva un tentativo di interpretazione moderata del Concilio, si è così cristallizzata in tale relativa resistenza dell’insegnamento morale (Veritatis splendor, 1993). Era una resistenza fragile, che si credeva in obbligo di fare concessioni (la teologia del corpo di Giovanni Paolo II) e soprattutto si rifiutava di fare ricorso al magistero infallibile: malgrado reiterate istanze, l’insegnamento di Humanæ vitæ non è mai stato impartito come definitivo, perché l’orizzonte «pastorale» del Concilio rimaneva insuperabile.
Sia come sia, Amoris lætitia nel 2016 ha fatto crollare questa diga morale, aprendo una nuova fase del post-Concilio. È un fatto che comporta, del resto, un aspetto positivo: il tempo delle mezze misure è finito.
Il capitolo VIII di Amoris lætitia
Con Amoris lætitia, del 19 marzo 2016, papa Bergoglio ha in qualche modo e a certe condizioni depenalizzato l’adulterio, ovvero le relazioni intime con altri che il proprio coniuge. Il capitolo VIII dell’esortazione apostolica, «Accompagnare, discernere e integrare la fragilità», tratta nello specifico della «fragilità» di coloro che spezzano il legame coniugale e contraggono un secondo matrimonio. In esso papa Francesco procedeva in tre tappe:
- Invitava a una pastorale di «accompagnamento» dei divorziati risposati fondata sulla gradualità, distinguendo l’ideale rappresentato dalla norma morale da ciò che un buon numero di cristiani può concretamente realizzare e che deve essere preso in considerazione per un itinerario di accompagnamento e di discernimento che «orienti questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio»[1]. Questo accompagnamento si attua con un «colloquio con il sacerdote, in foro interno, [colloquio che] concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (n. 300).
- Papa Francesco esponeva subito dopo la sua nuova prospettiva dottrinale: «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» (n. 301). È il cuore della nuova dottrina morale, frontalmente opposta all’adagio di sant’Agostino (Confessioni, l. X, c. 29) ripreso dal Concilio di Trento (Denz. 1536): «Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi». Questa formula significa che Dio accorda sempre la grazia necessaria per osservare ciò che Egli comanda, in questo caso la fedeltà nel matrimonio.
- Papa Francesco traeva le conseguenze di questa affermazione per ciò che concerne la pratica sacramentale: la ben nota comunione ai divorziati risposati, oggetto di continue pressioni da parte della sinistra teologica. «A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (n. 305). A questo proposito una nota (la 351) precisava che, pur permanendo nell’adulterio, si può eventualmente ricevere l’assoluzione sacramentale e l’Eucaristia: «In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, “ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” (Evangelii gaudium, n. 44). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (ibid., n. 47)».
Questioni di fede senza risposta
Quattro cardinali – Raymond L. Burke, Walter Brandmüller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner[2] – hanno allora presentato a papa Francesco cinque dubia, ossia domande indirizzate alle autorità romane, un tempo redatte in modo tale che vi si dovesse rispondere con un sì o un no, positive o negative – «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no» (Mt 5, 37) – salvo poi fornire una spiegazione sulla risposta data. Il principale dubium dei cardinali era: «Dopo Amoris lætitia n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cf. Mt 19, 3-9), si trova in una situazione oggettiva di peccato grave abituale (cf. Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?».
La Dichiarazione del Consiglio per i Testi legislativi richiamata dai cardinali diceva in effetti: «Ricevere il Corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio (…). Il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi ne sia pubblicamente indegno».
Prima di allora, proprio quando il pontificato bergogliano era agli inizi e già si profilava un capovolgimento dottrinale, chi scrive aveva posto la stessa questione, ma in riferimento al sacramento della penitenza, alla Congregazione per la Dottrina della Fede: «Un confessore può impartire l’assoluzione a un penitente che, essendo stato sposato religiosamente, ha contratto una seconda unione dopo il divorzio?». Si trattava di consentire alla Congregazione (di cui Prefetto era il cardinal Müller e Segretario Mons. Ladaria) di affermare che l’insegnamento di Familiaris consortio, che citeremo in seguito, rimaneva valido. La Congregazione ci aveva risposto il 22 ottobre 2014: «Non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non abbia la ferma risoluzione di non “peccare più in futuro” e quindi di astenersi dagli atti propri dei coniugi, prendendo a tal fine tutte le misure in suo potere».
Ma, dopo Amoris lætitia, né il papa, né la Congregazione per la Dottrina della Fede hanno ritenuto opportuno rispondere agli interrogativi dei cardinali circa il ribaltamento operato.
Un’occasione per porre di nuovo la questione sta per presentarsi. Il 19 marzo 2026, decimo anniversario dell’esortazione apostolica, papa Leone XIV ha fortemente voluto celebrare il «luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e familiare» costituito dall’esortazione apostolica e «rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa» da essa scaturito, domandando a Dio «il coraggio di proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo». Ha anche annunciato che riunirà dal 7 al 14 ottobre i Presidenti delle Conferenze Episcopali del mondo intero «al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris lætitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».
Per preparare i lavori dell’assemblea, un percorso tematico è stato pubblicato il 6 luglio scorso dal Segretariato del Sinodo e il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Il quarto punto di questo documento («Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere; camminare con le famiglie in situazioni complesse») si riallaccia al tema del capitolo VIII di Amoris lætitia. Il documento è poco chiaro, nonostante tutto lasci pensare a una convalida del cambiamento dottrinale operato dall’esortazione: «Un’attenzione particolare è rivolta alle coppie e alle famiglie che incontrano, in tutte le fasi della vita matrimoniale, situazioni di difficoltà relazionale, sociale, spirituale (…). Quali passi sono stati compiuti per sostenere coloro che vivono in situazioni di fragilità o di difficoltà? Quali resistenze emergono? Come costruire comunità cristiane nelle quali coloro che hanno fatto l’esperienza della sofferenza, dell’abbandono, della separazione e del divorzio possano sentirsi realmente ascoltati, partecipi e corresponsabili? Quali esperienze concrete mostrano già oggi il volto di una Chiesa sempre più capace di prossimità, discernimento, accompagnamento e valorizzazione, aiutando le persone e le famiglie a ritrovare fiducia, a riconoscersi parte della comunità e sperimentare la misericordia di Dio?».
Il testo, decisamente involuto, menziona espressamente coloro che «hanno fatto l’esperienza del divorzio», i quali devono «sentirsi realmente ascoltati» in una Chiesa «più capace» di aiutare a «sperimentare la misericordia». Si noterà come il testo parli, per eufemismo, di «situazioni di fragilità» al fine di evitare la parola peccato (come fa del resto l’enciclica Magnifica humanitas).
Una tesi irricevibile
Ci si avvia indubbiamente a una riconferma della nuova dottrina, insistendo sull’accoglienza nella Chiesa delle persone divorziate e risposate. Accoglienza che, del resto, non è mai stata in discussione: si è sempre affermato che un peccatore rimanesse parte integrante della Chiesa. Ma, nella pastorale nuova, tale accoglienza si trasforma in un’accoglienza sacramentale.
La riunione di ottobre potrebbe tuttavia rappresentare per un certo numero di pastori coraggiosi un’occasione provvidenziale per evidenziare il danno ingente arrecato dall’esortazione apostolica alla morale naturale e cattolica, e per ciò stesso alla salvezza delle anime. Tra l’altro, è più facile contestare Amoris lætitia che tale o tal altro testo problematico del Concilio.
- Da una parte, in effetti, ci si può appoggiare in questo caso sull’insegnamento di un papa post-conciliare, Giovanni Paolo II, che ha mantenuto sul punto la dottrina perenne:
Sulla penitenza: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a coloro che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio» (Familiaris consortio, n. 84).
Sulla comunione: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Essi stessi si rendono incapaci di esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia» (ibid.). A meno che le persone in questa situazione irregolare assumano «l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»[3], e sia evitato ogni possibile scandalo da parte di chi li vede fare la comunione.
- D’altro canto, le discontinuità nell’insegnamento morale sono più facilmente constatabili da parte di tutti rispetto a quelle intervenute nell’ecclesiologia. Nel caso specifico, il capovolgimento operato da Amoris lætitia è impressionante. Nei termini del n. 301, alcune «condizioni concrete» (un nuovo «matrimonio», l’esistenza di bambini nati da questa nuova unione) farebbero sì che la rottura di tale unione – separarsi dal coniuge illegittimo o vivere con lui come fratello e sorella – possa rappresentare «una nuova colpa», e ciò a quanto pare in ragione del danno arrecato alla seconda moglie e agli eventuali figli della seconda unione. (Beninteso, è incontestabile che le conseguenze dell’adulterio debbano essere responsabilmente assunte, in particolare per ciò che riguarda i bambini nati dall’unione illegittima; ma questo deve avvenire senza pregiudizio per la vera sposa e per i figli legittimi, che l’esortazione non prende in considerazione). Così il ragionamento di Amoris lætitia va fino al fondo della propria logica: se rimanere nell’adulterio pubblico non significa peccare, uscire da tale situazione può diventare una colpa. Vi sono casi, secondo Amoris lætitia, in cui l’adulterio è meritorio!
La teologia e il magistero solevano un tempo condensare le argomentazioni in tesi o proposizioni chiare ed essenziali, in particolare quando si trattava di condannarle (le 85 proposizioni tratte dal Sinodo di Pistoia, condannate con la bolla Auctorem fidei di Pio VI nel 1794). La tesi irricevibile di Amoris lætitia potrebbe essere formulata così: Alcuni di coloro che vivono nell’adulterio pubblico, anche laddove conoscano la norma che infrangono, possono non essere considerati in stato di peccato mortale. Questa proposizione è o non è condannabile dal punto di vista della fede cattolica? O, al contrario, è il fatto di considerare inaccettabile questa tesi ad essere condannabile?
Chiudere la parentesi dell’insegnamento «pastorale»
Appartiene alla funzione del papa e dei vescovi di rispondere a interrogativi sulla fede e sui costumi che si pongono, e che vengono loro posti dai fedeli di Cristo. Il loro ruolo principale è quello di dire la fede, di trasmettere il messaggio del Vangelo. «I vescovi, infatti – ricorda Lumen gentium (n. 25) – sono gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli; sono dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cf. Mt 13, 52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cf. 2Tm 4, 1-4)».
Quanto al pontefice romano, egli è in primo luogo il supremo dottore della fede. Si distingue dagli altri vescovi non per un potere sacramentale superiore ma per una giurisdizione piena e sovrana su tutta la Chiesa, principalmente in ciò che tocca l’insegnamento della fede e dei costumi (Vaticano I, Pastor Æternus, Denz. 3064).
Ciò che la Chiesa attende dunque oggi dai suoi pastori è che essi escano dal «pastorale», nel senso nuovo dato a questo termine (il senso cioè di un insegnamento di seconda qualità, scollegato dal rapporto alla tradizione), e che ritornino al pastorale in senso evangelico, cioè alla cura che i pastori devono profondere per condurre alla salvezza le anime delle pecore, in primo luogo attraverso l’annuncio della verità.
Nel caso specifico, la Chiesa attende che essi ricordino il comandamento: «Non commettere adulterio» (Es 20, 14; Dt 5, 18; Mt 5, 27); che essi predichino con mansuetudine la penitenza ai peccatori guidandoli nella via del pentimento verso Dio e della riparazione nei confronti dello sposo o sposa traditi e verso i figli profondamente feriti, senza certo dimenticare di assumersi le responsabilità della colpa commessa, in particolare verso i nati dalla seconda unione.
In ultima analisi, la Chiesa attende un ritorno al magistero come tale o come riferimento diretto del suo discorso.
Sac. Claude Barthe
[1] Questa nozione di gradualità era stata avanzata per eludere la dottrina di Humanæ vitæ che condannava la contraccezione. In Familiaris consortio (22 novembre 1981, n. 34) Giovanni Paolo II aveva tentato di arginare la falla con una distinzione traballante: la «legge della gradualità», quella dell’agire umano che supera gradualmente le difficoltà per arrivare a osservare i comandamenti, è legittima, ma non lo è altrettanto la «gradualità della legge», la quale pretende che il comandamento divino sia solo un ideale verso cui si deve tendere. Amoris lætitia, nel suo n. 295, parla di una «gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi» da parte di soggetti che non «sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge». In una parola, se non si può osservare la legge, si fa quel che si può…
[2] Un quinto cardinale, il neerlandese Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, ha pubblicamente aderito all’iniziativa dei primi quattro. Un altro eminente prelato ha firmato i dubia indirizzati al papa, ma non ha voluto che il suo nome fosse reso noto pubblicamente.
[3] Giovanni Paolo II, omelia della S. Messa a conclusione della V Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, 25 ottobre 1980.