La rapida elezione di Robert Francis Prevost, Leone XIV.
E adesso?
Il secondo giorno del conclave, alla quarta votazione, Robert Francis Prevost ha ottenuto la maggioranza assoluta, più velocemente del cardinale Ratzinger nel 2005 e del cardinale Bergoglio nel 2013.
Nato a Chicago nel 1955, religioso dell’ordine agostiniano, giurista di grande competenza e con una lunga esperienza pastorale in Perù, dove è stato vescovo di Chiclayo, è stato chiamato da Papa Francesco ad essere Prefetto del Dicastero per i Vescovi nel 2023.
Oggi tutti i commentatori si chiederanno se sarà un fedele successore di Papa Francesco. La risposta è sì e no. Sì, perché appartiene a quella che Benedetto XVI, distinguendo tra le due possibili interpretazioni del Vaticano II, ha definito “ermeneutica della rottura”, ovvero quella che in termini politici, necessariamente approssimativi trattandosi di questioni ecclesiali, chiameremmo il centro-sinistra (l’“ermeneutica della riforma nella continuità”, quella di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è qualcosa di simile al centro-destra dell’universo conciliare). È un grande amico del cardinale Blase Cupich, l’arcivescovo di Chicago che da due anni fa vescovi bergogliani, sostenuto prima del conclave dai progressisti più determinati (Andrea Grillo, acceso militante contro la liturgia tradizionale, non ha potuto fare a meno di congratularsi per la sua prossima elezione prima dell’apertura del conclave).
No, perché la sua personalità è molto diversa da quella del suo predecessore. Uomo saggio, pacato, che ascolta con attenzione i suoi interlocutori e collaboratori, si presenta – anche negli abiti fuori moda che ha indossato per apparire nella loggia di San Pietro – come un ricentratore, un progressista moderato. Leone XIV sarà diverso da Francesco anche perché, che il vento sinodale continui o meno a soffiare, non potrà governare da solo. Alcuni dei “pesi massimi” del Sacro Collegio di Francesco, che erano con lui all’inizio del conclave, come il cardinale Parolin, Segretario di Stato di Francesco, il cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e il cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale, potrebbero formare con altri una sorta di governo forte che potrebbe essere necessario per affrontare le grandi turbolenze che si prevedono nella Chiesa e nel mondo. Certo, questi uomini sono l’esatto contrario dei conservatori, anche se Pizzaballa è compatibile con loro, ma sono realisti.
Inoltre, l’avanzata irreversibile, dopo il Vaticano II, della libertà religiosa applicata all’interno della Chiesa, ha prodotto una sorta di anglicanizzazione del cattolicesimo. D’ora in poi ogni cattolico, sia esso teologo o fedele, potrà “armeggiare” con il proprio Credo e la propria morale. Questa frammentazione, inevitabile nella misura in cui la regola della fede è stata in qualche modo smembrata – per dirla in breve, l’esercizio del magistero ordinario è stato sostituito da quello del magistero pastorale o autentico – è teorizzata, peraltro, da quei gesuiti, pensatori del post-cattolicesimo, che sono il franco-tedesco Theobald e l’influente italiano Spadaro.
Padre Christoph Theobald, professore emerito al Centre Sèvres di Parigi, sostiene “una visione poliedrica” della Comunione delle Chiese (ad esempio nell’opera collettiva curata da Angelo Maffeis, Una Chiesa “Esperta in Umanità”. Paolo VI interprete del Vaticano II, Studium, 2019). Sulla stessa linea, don Antonio Spadaro, ex direttore de La Civiltà Cattolica, ha pubblicato su La Repubblica del 4 maggio un articolo dal titolo “La vera sfida non è l’unità ma la diversità”, affermando che “la Chiesa del futuro sarà plurale”. Poiché “le differenze sono una caratteristica della società globale e una condizione strutturale”, la Chiesa, come ogni realtà collettiva, non può più “esprimersi in modo uniforme e monotono”, perché ciò significherebbe ignorare questa trasformazione. Sintomaticamente, egli sostituisce l’unità della Chiesa con la sua coesione, prezzo della sua integrazione nell’universo mentale della democrazia moderna: “La coesione non può essere ricercata nell’uniformità, ma nella capacità di accogliere e armonizzare la molteplicità”. Questo è uno dei temi preferiti da Matteo Zuppi.
Padre Spadaro difende certamente la “libertà” del Cammino Sinodale tedesco, ma anche, paradossalmente, come il cardinale Zuppi, quella dei tradizionalisti! Non vede alcun problema nell’attenersi alla vecchia liturgia e al vecchio catechismo, e sottolinea che Papa Francesco ha dato ai sacerdoti della SSPX il diritto di fare confessioni valide, così come, da arcivescovo di Buenos Aires, aveva dato ai sacerdoti lefebvriani il diritto di avere una presenza cattolica legale in Argentina.
Se partiamo dal presupposto che il nuovo pontificato cercherà di governare al meglio la nave in mezzo a un arcipelago di isole e scogli – quelli del sacerdozio degli uomini sposati, del diaconato femminile, delle richieste dei cristiani LGBT e anche dei cattolici che si attengono alla dottrina preconciliare – ci perdiamo in domande e congetture.
Alberto Melloni, leader della Scuola di Bologna, che ha ampiamente curato una monumentale Storia del Vaticano II (alla quale ha partecipato anche il cardinale Tagle) ama dire che il Concilio di Trento è sempre stato presente sullo sfondo dei conclavi dal Vaticano II in poi. Come una coscienza sporca, diremmo noi. Nel conclave appena concluso, Trento è stata più o meno rappresentata dal gruppo dei conservatori (20 cardinali?), con un peso numerico molto basso dopo il rullo compressore che il pontificato di Francesco ha rappresentato per questa tendenza, ma con una significativa presenza morale. In particolare, le dichiarazioni del cardinale Müller sul ruolo del Papa, ovvero confermare i suoi fratelli nella fede, restano una pietra miliare. Come il fatto che i cardinali Burke e Sarah siano noti difensori della liturgia tradizionale.
Possiamo immaginare che questo pontificato, al di là dell’entusiasmo dei primi giorni, soprattutto per il fatto che la Curia e i vescovi potranno respirare e non sentire più il peso dell’esigente autoritarismo del pontificato precedente, si scontrerà con difficoltà insormontabili. Si tratterà di difficoltà dottrinali. A questi testimoni episcopali e cardinali, che, in virtù della speranza cristiana, possiamo augurarci siano sempre più numerosi, spetterà il compito di mostrarsi, con l’aiuto di Cristo e di Sua Madre, all’altezza di questi tempi di crisi drammatica, accresciuta da un pontificato che ha promulgato documenti come la dichiarazione Fiducia supplicans e l’esortazione Amoris lætitia (che al n. 301 afferma che in alcuni casi i coniugi adulteri, pur conoscendo la norma morale, possono essere in grazia divina). Questi Successori degli Apostoli dovranno opporsi profeticamente all’insegnamento di eterodossie di ogni tipo che persistono e possono emergere. E dovranno esortare il Papa a confessare la fede e a confermare i suoi fratelli.
Don Claude Barthe