01/06/2026

Padre Ramière, «inventore» della dottrina di Cristo Re

Par l'abbé Claude Barthe

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Tra i membri della scuola antiliberale cattolica del XIX secolo[1] vi è una figura che merita un’attenzione particolare: quella del gesuita di Tolosa Henri Ramière (1821-1884). Egli riveste nell’antiliberalismo cattolico francese la stessa importanza che avrà più tardi Padre Charles Maignen (1858-1937), dei Religiosi di San Vincenzo de’ Paoli, autore de La souveraineté du peuple est une hérésie [La sovranità del popolo è un’eresia]. Henri Ramière non soltanto sembra proprio esser stato il primo ad utilizzare l’espressione «regalità sociale di Gesù Cristo», ma ne ha anche abbondantemente sviluppato la dottrina. Mente limpida, ha prodotto su questo argomento scritti ben strutturati, come Les doctrines romaines sur le libéralisme, envisagées dans leurs rapports avec le dogme chrétien et avec les besoins des sociétés modernes [Le dottrine romane sul liberalismo, considerate nei loro rapporti con il dogma cristiano e con le esigenze delle società moderne], di cui riparleremo, ed anche Le Règne social du Cœur de Jésus[2] [Il Regno sociale del Cuore di Gesù].

Questo legame tra il regno di Cristo e la devozione al Sacro Cuore passa attraverso le consacrazioni, consacrazione delle nazioni al Cuore di Gesù, degli eserciti, dei gruppi. Questo tema della consacrazione, fin dalla Rivoluzione, ha così accompagnato il desiderio di un ritorno ad una società cristiana. Henri Ramière ha organizzato nel 1875 la petizione di qualcosa come 550 vescovi e Superiori di Ordini religiosi, petizione che, anche grazie all’influenza della mistica tedesca Maria del Divin Cuore, ha condotto nel 1899 alla consacrazione del genere umano al Sacro Cuore ad opera di Leone XIII.

Devozione al Sacro Cuore e restaurazione di una società cristiana

Pio XI, istituendo la festa di Cristo Re con l’enciclica Quas primas, fa del resto più volte riferimento alla devozione al Sacro Cuore di Gesù come a ciò che prepara il terreno per il riconoscimento della Regalità di Cristo, in particolare mediante le consacrazioni familiari e nazionali al Sacro Cuore. Egli prescriveva, inoltre, che, in occasione della celebrazione annuale da lui istituita per l’ultima domenica di ottobre, venisse rinnovata la consacrazione del genere umano voluta da Leone XIII al Sacro Cuore di Gesù.

Questo legame è molto marcato tanto nella pietà personale quanto negli insegnamenti teologici, che furono affidati a Padre Ramière dalla Compagnia di Gesù in Inghilterra e poi in Francia, ed anche nel suo apostolato, che si può definire con Padre Pierre Vallin[3] come «militante». Egli fondò nel 1861 Le Messager du Cœur de Jésus, una rivista mensile di cui rimase direttore fino alla morte e che peraltro esiste ancora oggi.

La devozione al Sacro Cuore, Re delle nazioni, poggia in Padre Ramière sul tema della ricapitolazione in Cristo: «Noi qui tocchiamo un aspetto, che avvicina la teologia di Ramière a quella di sant’Ireneo. La gloria di Cristo, l’incarnazione, resterebbe in qualche modo incompleta se non ci fosse, in seno alla storia stessa, una redenzione della società umana, un regno sociale di Cristo e dei santi»[4].

«L’azione cattolica», che egli promuove ne Le Messager ed in numerosi articoli pubblicati altrove, è un’azione al tempo stesso religiosa e politico-sociale, chiaramente antirivoluzionaria ed antiliberale. Nel contesto dell’Ordine morale [regime politico conservatore che ha governato la Francia tra il 1873 e il 1877-NdT], ossia dopo il crollo del Secondo Impero nei primi anni della Terza Repubblica, mentre la stessa Repubblica, governata dal maresciallo de Mac-Mahon con una Camera in cui dominavano orleanisti e legittimisti, non era ancora veramente repubblicana, si elaboravano programmi per restaurare una società cristiana che soppiantasse quella scaturita dalla Rivoluzione. Padre Ramière intervenne solennemente in Études, la rivista francese della Compagnia di Gesù, per denunciare le divisioni tra i cattolici ed incitarli ad unirsi sulla questione sociale[5]. Non per riunirsi sul minimo comune denominatore delle forze conservatrici, spesso molto moderate, dell’Ordine morale, bensì sulla rinunzia ai principi dell’89 e all’alleanza con coloro che li professano: «Al principio rivoluzionario […], occorre opporre il principio cristiano» (pag. 331).

In quel momento, in cui un capovolgimento storico sembrava possibile, Henri Ramière partecipò nel 1871 al lancio del testo di un «Voto nazionale al Sacro Cuore di Gesù per ottenere la liberazione del Sommo Pontefice e la salvezza della Francia», che si collegava al progetto di edificazione della Basilica del Sacro Cuore. Tale progetto non aveva come scopo, come spesso si dice, «di espiare i crimini della Comune», ai quali era anteriore, ma mirava all’affermazione simbolica della società cristiana attraverso la costruzione di un santuario sulle alture che dominano Parigi. I suoi promotori attribuivano, infatti, la massima importanza all’impegno del potere politico in favore dell’edificazione di questa basilica (legge del 24 luglio 1873, che dichiarava di utilità pubblica la realizzazione del santuario dedicato al Sacro Cuore), affinché diventasse una sorta di atto di culto pubblico.

Una regalità sociale di Cristo in via di dissoluzione…

Si sa del fallimento che questi progetti di rovesciamento storico hanno subìto. È in questo contesto di disillusione, dapprima latente (Ramière aveva riposto alcune speranze di Restaurazione nel conte di Chambord), poi conclamata, che Padre Ramière ha sviluppato la dottrina della regalità sociale di Cristo. La sua constatazione era tanto realistica quanto pessimistica: «Nell’intera distesa dell’universo, non c’è quasi più un solo popolo che riconosca in tutta la sua pienezza la regalità sociale di Gesù Cristo. Queste nazioni, che Dio Padre ha dato a suo Figlio in eredità, si sono sottratte alla sua autorità. Le une dopo le altre, quasi tutte hanno ripetuto il grido di rivolta lanciato dalla Francia del secolo scorso: Noi non vogliamo più la regalità di Gesù Cristo, noi pretendiamo di dipendere d’ora in poi solo da noi stessi: Nolumus hunc regnare super nos. Satana ha vinto»[6].

Ma Henri Ramière era l’uomo della speranza contro ogni speranza: è necessario comunque affermare il principio di questa sovranità di Cristo! «Per quanto tempo [Satana ha vinto] continuava? Aveva vinto anche quando, su sua istigazione, il Figlio di Dio venne legato alla Croce e rinchiuso nel sepolcro. Il suo trionfo era completo; ma il Divin Salvatore non tardò a prendersi la propria rivincita ed anche questa rivincita fu completa. Non andrà diversamente ai nostri giorni». Tema millenarista, secondo Padre Vallin, o piuttosto frutto di un ottimismo soprannaturale, in ogni caso molto mariano, che si manifesta in particolare in una delle sue prime opere, Les espérances de l’Église, scritta nell’entusiasmo della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. Così questo passaggio, che ricorda gli Apostoli degli ultimi tempi di san Luigi Maria Grignion de Montfort: «Noi possiamo dunque credere che, quando sarà giunto il momento indicato dalla Provvidenza per fermare il diluvio di errori e di passioni che invadono la terra, Maria apparirà di nuovo e susciterà alla Chiesa dei difensori il cui coraggio sarà proporzionato alle difficoltà. Ah! Possano venire presto, questi eletti di Dio e di Maria […]. Nella vita della Chiesa vi sono certe epoche meravigliose in cui il mistero di Betlemme si rinnova con maggiore splendore, in cui il Salvatore rinasce dal seno di Maria in rappresentazioni più vivide»[7].

Henri Ramière era un grande lettore di Donoso Cortés e di Joseph de Maistre, in particolare del suo Du Pape, che ispirò tutti gli autori ultramontani del XIX secolo, i quali, traumatizzati dalla Rivoluzione, vedevano nel Papa, se non l’ultimo sovrano legittimo spirituale e temporale, in ogni caso il più solido (incapaci ovviamente d’immaginare che un Papa avrebbe un giorno invocato per la Chiesa la libertà moderna[8]). Il Papa per eccellenza, per Ramière, era Pio IX, il Papa di Quanta cura e del Sillabo, nonché del concilio Vaticano I. Padre Ramière vi ebbe una partecipazione, che, senza essere equivalente a quella dei Padri Lainez e Salmerón al concilio di Trento, non fu tuttavia mediocre in virtù della sua notorietà: direttamente, all’interno dell’assemblea, come consigliere di due vescovi, ma soprattutto all’esterno con la pubblicazione di una serie di opuscoli contro le figure di spicco del cattolicesimo liberale, mons. Maret, decano della facoltà di teologia della Sorbona, Padre Gratry, che ricostituì l’ordine dell’Oratorio in Francia, Mons. Dupanloup, vescovo di Orléans, capo della minoranza anti-infallibilista al concilio.

… ma una regalità sociale di Cristo che appartiene al dogma

La «dottrina sociale» d’Henri Ramière, quella della regalità sociale di Cristo, è stata sviluppata in particolare, cinquant’anni prima di Quas primas, nella sua opera Les doctrines romaines sur le libéralisme, envisagées dans leurs rapports avec le dogme chrétien et avec les besoins des sociétés modernes[9] e ciò nel contesto apocalittico – che è, in verità, quello di tutta la storia della Chiesa – del Concilio Vaticano I, in cui il Papa era al tempo stesso travolto e sublimato: perdeva gli ultimi brandelli dei suoi Stati proprio nel momento in cui veniva affermata la sua infallibilità personale.

Il «capolavoro della tattica infernale», che ha rovesciato una cristianità di quattordici secoli è la Rivoluzione francese, che è «per eccellenza la RIVOLUZIONE». Poiché «essa non ha aggredito solo il coronamento politico della società, né quelle istituzioni sociali che costituiscono il cuore dell’edificio, bensì la base religiosa, che dà a tutti i poteri politici e a tutte le istituzioni sociali la loro consistenza» (pag. 35). Essa fonda un mondo nuovo contro la Regalità di Cristo.

La tesi di Ramière era la seguente (frase da lui stesso evidenziata): «È un dogma di fede che Gesù Cristo possieda un’autorità sovrana sulle società civili così come sugli individui di cui esse sono composte; e, di conseguenza, le società, nella loro esistenza e nella loro azione collettiva così come gli individui nella loro condotta privata, sono tenute a sottomettersi a Gesù Cristo e ad osservare le sue leggi» (pag. 40).

Un dogma di fede. Egli vedeva una delle prove di ciò nella natura politica dell’uomo, per cui la missione del Figlio di Dio incarnato, all’umanità del quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra, può compiersi pienamente solo se coloro che dirigono le società si pongono al suo servizio «per favorire il regno della legge divina» e contribuire così alla salvezza di molti, mentre essi aprono, al contrario, la via alla dannazione delle anime se ostacolano questo regno.

Va notato che Henri Ramière, sebbene fosse costantemente maturato negli ambienti vicini al conte di Chambord e avesse intrattenuto una fitta corrispondenza con Maria Beatrice di Modena, sposa e madre di pretendenti carlisti al trono di Spagna e sorella di Maria Teresa, contessa di Chambord, era legittimista, ma non intrinsecamente. Egli sosteneva che Dio avesse lasciato agli uomini piena libertà di dare alla società politica la forma più adatta alle circostanze, ma che, qualunque fosse il regime adottato, gli uomini stessi non potevano separarlo dalla regalità di Cristo.

Le sue conclusioni potrebbero sembrare cariche di un ottimismo volontaristico[10]: «Noi ci schieriamo quindi, con profonda convinzione, dalla parte della speranza, senza tuttavia nasconderci nessuno dei motivi, purtroppo fin troppo reali, su cui si fonda la scuola della disperazione» (pag. 318).

Questo ritorno ad un’era in cui il Vangelo fosse accettato come regola dei rapporti sociali, egli lo sperava da un’inevitabile «reazione» che non poteva che sopraggiungere, tanto il disordine era giunto agli estremi peggiori (in ciò non è stato profeta…). Ma il suo realismo temperava il suo ottimismo, poiché fin dalla Rivoluzione si erano già verificate delle «reazioni massicce» rivelatesi alquanto deludenti, poiché «ci si era accontentati di rivendicare a metà i diritti di Gesù Cristo e della sua Chiesa» (pag. 325). Per essere decisiva, la reazione salutare avrebbe dovuto essere «completa e definitiva», sradicando il male dal profondo della società.

Le sue parole si concludevano in tono sfumato: bisogna ammettere, osservava, che gli avversari del regno di Gesù Cristo hanno profuso molto più ardore di coloro che lo difendevano. «Ma perché non dovremmo sperare, almeno presso alcune anime, in un successo parziale, che sarebbe la preparazione, per quanto lontana, del trionfo completo della nostra santa causa?» (pag. 331). Convincere «alcune anime», ottenere almeno un «successo parziale»: un ottimismo molto misurato, di conseguenza. Ma subito corretto dal suo inalterabile volontarismo, quello della speranza: «Lavoriamo dunque e, se necessario, moriamo nel farlo. L’opera che viene proposta ai nostri sforzi è principalmente opera del Signore».

Don Claude Barthe


[1] Si veda la preziosa opera di Grégoire Célier, L’école de l’antilibéralisme catholique, Hora Decima, 2025.

[2] Henri Ramière, Le Règne social du Cœur de Jésus, Tolosa, pubblicazione postuma del 1892, riedizione in facsimile ad opera delle edizioni Saint-Rémi. L’autore vi commenta in conclusione l’Instaurare omnia in Christo, Ef 1, 10, che san Pio X assumerà otto anni più tardi come motto del pontificato.

[3] «Padre Henri Ramière (1821-1884)», nel Bulletin de littérature ecclésiastique, n. 86, 1985, pagg. 24-34, e pure nel Dictionnaire de spiritualité, ascétique et mystique, doctrine et histoire, t. XIII, Beauchesne, 1988, pagg. 64-70.

[4] Pierre Vallin, op. cit., pagg. 28-29.

[5] «Il principio politico della restaurazione sociale», Études, febbraio 1873. Cfr. Daniel Moulinet, «Des lois pour refaire une France chrétienne» in L’Ordre Moral 1873-1877. Royalisme, catholicisme et conservatisme, Cerf 2025, pagg. 285-286.

[6] Henri Ramière, Le Règne social du Cœur de Jésus, op. cit., pag. 12. Nolumus hunc regnare super nos: non vogliamo che costui regni su di noi (Lc 19, 14), parole riprese nell’inno dei vespri di Cristo Re.

[7] Henri Ramière, Les espérances de l’Église, Périsse, 1861, pagg. 656, 657.

[8] «E che cosa chiede a voi [= governanti, “Potenze della terra”] questa Chiesa […], che cosa vi chiede oggi? Ve l’ha detto in uno dei suoi testi principali di questo Concilio: non vi chiede altro che la libertà» (Messaggio di Paolo VI ai governanti, 8 dicembre 1965).

[9] Lecoffre, 1870.

[10] Il volontarismo d’Henri Ramière era molto relativo. È lui che ha curato la prima edizione del manoscritto che attribuiva a Padre de Caussade, l’opera di impronta alquanto guyoniana Abandon à la Providence divine.